venerdì 1 luglio 2016

FATTURA ELETTRONICA: La fattura elettronica è per tutti!


COMUNICATO STAMPA

Pronta l’applicazione gratuita dell’Agenzia delle entrate per generare, trasmettere e conservare online le fatture tra privati e con la pubblica amministrazione.
Ancora un tassello nella digitalizzazione e semplificazione dei rapporti tra fisco e contribuenti.
E’ disponibile, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, la prima versione dell’applicazione web gratuita con la quale da oggi i contribuenti con partita iva possono generare, trasmettere e conservare le fatture elettroniche (Dlgs n. 127/2015). Il servizio, realizzato dalle Entrate con la collaborazione del partner tecnologico del Mef, Sogei, può essere utilizzato da tutte le imprese, gli artigiani e i professionisti, sia nel caso di fatture destinate a privati (B2B), sia per quelle rivolte alla Pubblica Amministrazione. Alla web application, raggiungibile dal sito delle Entrate cliccando sul banner riportato qui sotto, si può accedere utilizzando le credenziali fornite agli utenti dei servizi telematici dell’Agenzia, di Spid e della Carta Nazionale dei Servizi (CNS). Sbarca sul web anche il sito di assistenza con cui le Entrate illustrano ai cittadini, in maniera semplice e chiara, le modalità di utilizzo del nuovo servizio. Per saperne di più, basta cliccare sul pulsante in alto a destra del sito dedicato alla nuova applicazione web.
I vantaggi – L’applicazione web per la generazione, conservazione e trasmissione delle fatture elettroniche rappresenta un ulteriore tassello del percorso di semplificazione dei rapporti tra il Fisco e il contribuente. Da un punto di vista strategico, i principali vantaggi attesi, derivanti dall’uso della fatturazione elettronica B2B e Pa, sono la digitalizzazione dei processi amministrativi, con un conseguente risparmio di carta, stampa, spedizione, archiviazione, e la gestione più rapida ed efficiente delle fatture, con una conseguente riduzione degli errori e dei relativi oneri.
Dalla generazione alla conservazione, ready to use - La nuova applicazione è stata progettata per permettere agli utenti, attraverso pochi passaggi guidati, di creare, visualizzare e salvare le fatture elettroniche e di scegliere quando e come inviarle ai propri clienti. In particolare, per la trasmissione delle fatture, dal 1° gennaio 2017 i fornitori di beni e servizi potranno scegliere anche il Sistema di Interscambio, al momento obbligatorio per i fornitori della Pubblica Amministrazione. Infatti, a partire dall’anno prossimo il Sistema di interscambio aprirà alla fatturazione tra privati, come opzione facoltativa. Infine, il servizio che permette di conservare a norma le fatture elettroniche, sia quelle emesse che quelle ricevute, purché rispettino il formato XML della fattura elettronica.
Prossimo passo, l’app per dispositivi mobili - La web application per la fatturazione elettronica fa parte di un’offerta più ampia di strumenti. A breve verranno messi a disposizione i servizi con cui i contribuenti potranno scegliere di memorizzare e trasmettere i dati dei corrispettivi giornalieri a partire dal 1° gennaio 2017. Nei prossimi mesi, inoltre, l’Agenzia rilascerà l’applicazione anche in formato di app per smartphone e tablet, in modo da ampliarne l’utilizzo in mobilità a tutti gli utenti, a prescindere dal dispositivo elettronico posseduto.

Roma, 01 luglio 2016

Fonte: agenziaentrate.gov
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SE L'ACQUISTO NON VA A BUON FINE LA CAPARRA E' FONTE DI REDDITO: Sentenza 31 maggio 2016, n. 11307

In caso di acquisti "andati in fumo" la caparra confirmatoria fa reddito e va quindi dichiarata! La decisione della Cassazione.

Con Sentenza 31 maggio 2016, n. 11307, la Corte di Cassazione ha affermato la natura risarcitoria della caparra confirmatoria, infatti nel preliminare di compravendita incassata dal promissario venditore è imponibile in quanto la prestazione principale, rimasta ineseguita, avrebbe costituito reddito ai sensi dell'articolo 67, comma 1, TUIR.
In particolare, i giudici della S.C. hanno evidenziato la natura risarcitoria della caparra incassata dal promissario venditore per inadempimento della parte promissaria acquirente nella compravendita di un immobile e, di conseguenza l’assoggettamento ad IRPEF come plusvalenza imponibile

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Sentenza 31 maggio 2016, n. 11307: LA CAPARRA CONFIRMATORIA FA REDDITO



Corte di Cassazione, Sezione Tribunale civile

Sentenza 31 maggio 2016, n. 11307

(Dott. CAPPABIANCA Aurelio – Presidente; Dott. GRECO Antonio – rel. Consigliere)

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), rappresentato e difeso dall’avv. (OMISSIS) presso il quale e’ elettivamente domiciliato in (OMISSIS);

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso la quale e’ domiciliata in Roma in via dei Portoghesi n. 12;

– resistente –

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria n. 1824/4/14, depositata il 9 ottobre 2014;

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 13 maggio
2015 dal Relatore Cons. Antonio Greco;

uditi l’avv. (OMISSIS) per il ricorrente e l’avvocato dello Stato (OMISSIS) per la resistente;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

(OMISSIS) propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi ed illustrato con successiva memoria, nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale della Calabria che, rigettandone l’appello, ha confermato la legittimita’ dell’avviso di accertamento, ai fini dell’IRPEF per l’anno 2005, relativo all’incameramento della scarna di Euro 457.158 a titolo di caparra penitenziale, convenuta con il preliminare di compravendita – non seguito dalla stipula del definitivo – sottoscritto con la spa (OMISSIS), ed avente ad oggetto terreni agricoli in Crotone al prezzo pattuito di Euro 22.857.915.

Secondo il giudice d’appello, premesso che la caparra andava inquadrata nella previsione dell’articolo 6, comma 2, del tuir, secondo il quale sono considerati redditi della stessa categoria di quelli perduti“le indennita’ conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, andava affermata la tassabilita’ della caparra incamerata, che costituiva il risarcimento della perdita dei proventi che, per loro natura, avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir.

L’Agenzia delle entrate si e’ limitata a depositare atto di costituzione ai fini della partecipazione all’udienza di discussione.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente, denunciando “nullita’ della sentenza che ha confermato la decisione di primo grado per aver ritenuto legittimo l’accertamento originariamente impugnato, pur in presenza di un difetto di motivazione per intrinseca contraddittorieta’”, ravvisa nella sentenza errores in iudicando ed in procedendo dolendosi, segnatamente, della “omessa pronuncia sul motivo di appello con il quale il contribuente lamentava il vizio di una sentenza di primo grado appiattita/fotocopia delle tesi erariali, limitandosi a rilevare che “i giudici di prime cure, condividendo l’operato dell’ufficio impositore, hanno applicato allafattispecie in esame l’articolo 6, comma 2, in correlazione al Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a).

Il motivo e’ infondato

Il Collegio anzitutto rileva come secondo l’insegnamento del giudice della nomofilachia, “nel processo civile ed in quello tributario, la sentenza la cui motivazione si limiti a riprodurre il contenuto di un atto di parte (o di altri atti processuali o provvedimenti giudiziari), senza niente aggiungervi, non e’ nulla qualora le ragioni della decisione siano, in ogni caso, attribuibili all’organo giudicante e risultino in modo chiaro, univoco ed esaustivo, atteso che, in base alle disposizioni costituzionali e processuali, tale tecnica di redazione non puo’ ritenersi, di per se’, sintomatica di un difetto d’imparzialita’ del giudice, al quale non e’ imposta l’originalita’ ne’ dei contenuti ne’ delle modalita’ espositive, tanto piu’ che la validita’ degli atti processuali si pone su un piano diverso rispetto alla valutazione professionale o disciplinare del magistrato” (Cass., sez. un. 16 gennaio 2015, n. 642).

Nella specie, poi, il giudiced’appello – dopo aver rilevato che la Commissione provinciale “condividendo l’operato dell’Ufficio aveva applicato alla fattispecie l’articolo 6, comma 2, in correlazione al Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 67 (redditi diversi), comma 1, lettera a), – ha sottoposto nelle pagine seguenti (pagg. 4, 5 e 6) ad argomentato esame critico quante affermato dal giudice di primo grado, pervenendo alla conclusione che “la penale e’ assoggettabile ad imposizione diretta, in quanto la prestazione principale rimasta ineseguita (cessione dell’immobile) avrebbe costituito reddito ai sensi dell’articolo 67, comma 1, del tuir, ed ha cosi’ puntualizzato che “il Collegio condivide quindi le asserzioni dell’ufficio circa la tassabilita’ della caparra incamerata costituendo la stessa il risarcimento della perdita dei proventi che, per loro natura e in base a quanto sopra considerato avrebbero generato redditi tassabili per un soggetto privato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir”.

E’ percio’ assorbito l’esame degli ulteriori profili del complesso motivo con i quali, per un verso, in ragione dell’asserito “appiattimento” della sentenza di primo gradosulle tesi erariali, il contribuente aveva dubitato della legittimita’ costituzionale del sistema della giustizia tributaria per “mancanza di terzieta’ e indipendenza degli organi giurisdizionali tributari di merito, derivanti dalla dipendenza economica e funzionale delle segreterie e dei giudici dal MEF”; e, per altro verso, aveva censurato l’esame compiuto dal giudice d’appello per aver ritenuto legittimo “l’accertamento viziato da motivazione intrinsecamente contraddittoria”.

Con il secondo motivo denuncia, sotto i1 profilo dell’error in iudicando e dell’error in procedendo, la nullita’ della sentenza impugnata per aver ritenuto legittimo l’accertamento che ha assoggettato a tassazione la somma trattenuta dal contribuente, “soggetto privato, non considerandone la natura puramente di pena privata stabilita convenzionalmente a fronte del recesso di parte promissaria acquirente, non rientrando la stessa in alcuna delle categorie reddituali previste dal Decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, articolo 6, non essendoci quindi alcun reddito da assoggettare a tassazione separata”.

Il motivo e’ infondato, in quanto non vengono contestate in mulo idoneo le ragionidell’imponibilita’ della somma convenuta, e percepita dal contribuente, alla luce della disciplina delle imposte sui redditi, ed a ben vedere non viene individuato l’errore o gli errori di diritto commessi dal giudice d’appello.

La Commissione regionale ha infatti condiviso la ritenuta tassabilita’ della caparra incassata dal contribuente, per inadempimento della parte promissaria acquirente, in ragione della sua riconosciuta “natura risarcitoria, in applicazione della disciplina tributaria prevista dall’articolo 6, comma 2, e articolo 67, comma 1, lettera a), del tuir”.

Ha osservato infatti. che l’inquadramento della clausola penale rientra pienamente nel disposto dell’articolo 6, comma 2, del tuir, secondo il quale sono considerati redditi della stessa categoria di quelli perduti “le indennita’ conseguite a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di diritti”, concordando la dottrina nell’affermare che, in caso di inadempimento dell’obbligazione principale, la rilevanza dell’imposizione diretta della corresponsione della penale ha per base la visione civilistica della fattispecie come essenzialmente risarcitoria.

“In questa prospettiva– prosegue il giudice di merito – in seno all’incremento patrimoniale che si verifica a vantaggio della parte non inadempiente, con l’introito della penale, sono state individuate, ai fini tributari, una componente risarcitoria della perdita subita ed una componente risarcitoria del mancato guadagno; quest’ultima “e’ assimilata a reddito, e quindi assoggettata ad imposizione diretta, in quanto surrogatoria del mancato reddito a causa dell’inadempimento dell’altro contraente. Per l’individuazione di tali componenti all’interno della prestazione risarcitoria si e’ fatto ricorso al criterio riferito all’attitudine a produrre reddito della prestazione principale rimasta ineseguita. In caso affermativo, l’introito della penale viene a sua volta considerato reddito per la parte afferente a tale mancato reddito. Ne consegue che la penale e’ assoggettabile ad imposizione diretta, in quanto la prestazione principale rimasta ineseguita (cessione dell’immobile) avrebbe costituito reddito ai sensi dell’articolo 67, comma 1, tuir. Il Collegio condivide quindi le asserzioni dell’Ufficio circa la caparra incamerata costituendo la stessa il risarcimento della perdita di proventi che, per loro natura e in base a quanto sopra considerato avrebbero generato redditi tassabili per un soggettoprivato, con il conseguimento di una plusvalenza ai sensi dell’articolo 67 del tuir”.

Con il terzo motivo il ricorrente si duole dell’omessa pronuncia, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 4, e dell’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’articolo 360 c.p.c., n. 5, con riguardo all’incidenza sulla tassazione in discorso della rivalutazione del terreno secondo la previsione della L. 28 dicembre 2001, n. 448, articoli 7 e 5.

Il motivo e’ in parte infondato ed in parte inammissibile

E’ infondato sotto il primo profilo, in quanto il giudice d’appello ha esaminato il rilievo, affermando in proposito che “il principio della tassabilita’ della caparra effettivamente incamerata dal venditore promissario non puo’ essere eluso a causa e per effetto dell’avvenuta “rivalutazione” dei terreni da parte dei venditori (e conseguente pagamento delle maggiori imposte, asserendo il verificarsi di una doppia imposizione della plusvalenza, in caso di conclusione dell’operazione di trasferimento del bene, non emergendo un collegamento funzionale tra l’invocata disciplina favorevole ai proprietari dei terreni rivalutati e iltrattamento fiscale della penale (contrattuale)”; ed e’ invece inammissibile alla stregua di quanto previsto dall’articolo 360 c.p.c., n. 5, nel testo come sostituito dal Decreto Legge 22 giugno 2012, articolo 54, come convertito, in quanto il fatto e’ stato esaminato dal giudice.

Il ricorso deve essere pertanto rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese, liquidate in Euro 5.000 per compensi di avvocato, oltre alle spese prenotate a debito.

Sussistono ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio, liquidate in Euro 5.000 per compensi di avvocato oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza deipresupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del corna 1 bis dello stesso articolo 13.
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mercoledì 29 giugno 2016

LE SCADENZE FISCALI DEL MESE DI LUGLIO 2016

Di seguito il calendario di tutte le scadenze fiscali del mese di Luglio anno 2016


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REDDITOMETRO: l'acquisto fa scattare l'accertamento

L’acquisto di un’abitazione di lusso fa scattare l’accertamento tramite redditometro qualora il reddito del contribuente e gli apporti economici del coniuge non siano sufficienti a giustificare la spesa rispetto a quanto dichiarato.

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Sentenza Corte Cassazione 22.4.2016, n. 8126 - REDDITOMETRO




Svolgimento del processo

G.C. e G.R. proposero ricorso avverso avviso di accertamento irpef e ilor per l'anno d'imposta 1995.

L'accertamento, condotto con metodo sintetico, si fondava sulla capacità di spesa dimostrata dai contribuenti in ragione dell'acquisto d’un immobile, avvenuto nel 1996, al prezzo di 1.520.000.000.

L'adita commissione provinciale accolse il ricorso, e la decisione fu confermata, in esito all'appello dell'Agenzia, dalla commissione regionale.

Avverso la decisione di appello, l'Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione in due motivi.

I contribuenti resistono con controricorso e propongono un motivo di ricorso incidentale condizionato.

Motivi della decisione

La motivazione della sentenza impugnata, nel suo nucleo essenziale recita: "... anche effettuando un calcolo sommario, pare non equilibrato il rapporto economico tra le vendite e gli acquisti di immobili avvenuti nel periodo in esame specie con l’esborso consistente per 1.520/milioni. Tali perplessità emergono dal fatto che anche con il supporto della moglie, sulla base della documentazione economica esistente in atti, non è possibile rilevare la fonte reddituale che aveva permesso la compravendita dell'immobile senza dover utilizzare altri finanziamenti, quindi resta non definita l'effettiva consistenza economica dei ricorrenti.

Il Collegio giudicante ritiene, comunque, di dover decidere pur nell’incertezza della documentazione e dell'effettiva capacità economica dei contribuente, in analogia a quanto era stato fatto dai primi giudici di accogliere quanto era stato giudicato e pertanto, non avendo documentazione diversa si ritiene di confermare la precedente decisione".

La ricorrente Agenzia, con il primo motivo del ricorso principale, censura la decisione, nella prospettiva di cui all'art. 360, comma 1 n. 5, c.p.c., per contraddittorietà.

Con il secondo (subordinato) motivo, l'Agenzia denuncia violazione di legge, in particolare in relazione alla previsione di cui agli artt. 2 e 35, comma 3, d.lgs. 546, per non aver la commissione regionale considerato che, nella situazione data, il giudice tributario, quale giudice del rapporto (oltre che giudice dell'atto), non avrebbe dovuto limitarsi all'annullamento dell'accertamento, ma avrebbe dovuto procedere a determinare l’esatta misura del maggior reddito riferibile ai contribuenti.

Con l'unico motivo di ricorso incidentale condizionato, i contribuenti - deducendo violazione di legge, in relazione agli artt. 329, cpv., e 346 c.p.c. nonché 56 d.lgs. 546/1992 e 38, comma 4, d.p.r. 600/1973 - censurano la decisione impugnata per non aver rilevato il giudicato interno, formatosi, per acquiescenza, a causa della mancata impugnazione, da parte dell'Agenzia, dell'autonoma ratio della decisione di primo grado fondata sull'illegittimità dell'accertamento per mancanza di prova in merito al fatto che lo scostamento tra reddito presunto e reddito accertato si fosse verificato per più di un solo periodo d'imposta.

Il primo motivo del ricorso principale è fondato

La motivazione della decisione impugnata si rivela, invero, palesemente contraddittoria, giacché dal presupposto dell'inidoneità dei disinvestimenti effettuati e dell'apporto degli introiti della moglie a giustificare l'ingente spesa connessa ai riscontarti incrementi patrimoniali, anziché trarre la conclusione della legittimità (totale o, almeno, parziale) dell'accertamento, trae, invece, quella della sua infondatezza.

La fondatezza del primo motivo del ricorso principale, mentre esime dall'esame del secondo (solo subordinatamente proposto), comporta la necessità di delibare il ricorso incidentale dei ricorrenti, peraltro investente questione logicamente prioritaria.

Tale doglianza è, a sua volta, fondata, posto che dall'esame degli atti, consentito in questa sede in funzione della natura della censura emerge che, effettivamente, la decisione di primo grado recava un'autonoma ratio decidendi, basata sul presupposto dell'assenza di prova in merito alla circostanza che lo scostamento tra reddito presunto e reddito accertato si fosse verificato per più di un solo periodo d'imposta, non investita dall'appello dell'Agenzia e che, pertanto, ha dato luogo a giudicato interno non rilevato dal giudice di appello nonostante specifica eccezione degli appellati.

Alla stregua delle considerazioni che precedono, s'impone l'accoglimento del ricorso incidentale dei contribuenti, con assorbimento di quello principale dell'Agenzia.

La sentenza impugnata va, dunque cassata senza rinvio, posto che, per il riscontrato giudicato interno, il processo di appello non poteva, ai sensi dell'art. 382, comma 3 ultima parte, essere proseguito.

Le spese del giudizio, compensate quanto al primo grado, vanno, in appello e nel presente giudizio di legittimità poste a carico dell'Agenzia soccombente, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

Accoglie il ricorso incidentale e dichiara assorbito quello principale; cassa senza rinvio la sentenza impugnata; compensa le spese del giudizio di primo grado e condanna l'Agenzia a rivalere i contribuenti delle spese dei giudizi di appello e di legittimità, liquidate, quanto al giudizio di appello, in complessivi e 1.500,00 e, quanto al giudizio di legittimità, in complessivi € 3.500,00, in entrambi i casi oltre spese forfettarie, nella misura del 15%, ed accessori dì legge.
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lunedì 27 giugno 2016

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 20 aprile – 23 maggio 2016, n. 10624



Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 20 aprile – 23 maggio 2016, n. 10624
Presidente Mazzacane – Relatore Scarpa

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato in data 29.9.2005 B.P. conveniva M.L.P. davanti al Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Dolo, esponendo di essere proprietaria di un immobile facente parte di un edificio bifamiliare sito in Oriago di Mira e che per accedere ai rispettivi garage occorreva transitare attraverso uno spazio comune ai proprietari delle due unità immobiliari. In tale spazio comune era stata eretta da essa ricorrente una tettoia sotto la quale parcheggiava le sue due autovetture. Sosteneva la ricorrente che M.L.P. aveva iniziato a parcheggiare la sua autovettura in modo da impedirle di accedere e di uscire dallo spazio sotto la tettoia. B.P. chiedeva, pertanto, che fosse ordinato alla P. di reintegrarla nel possesso dei due posti auto sotto la tettoia, inibendole di parcheggiare l’auto con modalità tali da impedire l’ingresso e l’uscita delle sue due autovetture. La ricorrente chiedeva anche la condanna della P. al risarcimento dei danni. Il Tribunale con sentenza del 17.6.2008 rigettava il ricorso, ritenendo che non fosse stato provato il possesso esclusivo da parte della P. dei posti auto sotto la tettoia. Avverso la sentenza di
primo grado B.P. proponeva appello e la Corte d’Appello di Venezia, con sentenza n. 250/2011 del 16/02/2011, accoglieva il gravame, ordinando a M.L.P. di astenersi dal parcheggiare in modo da impedire l’uscita dai posti auto che si trovano nello spazio comune sotto la tettoia. La Corte di Venezia affermava che, pur non potendosi ritenere pienamente provato il possesso esclusivo da parte della P. dei due posti auto sotto la tettoia (avendo alcun informatori riferito che vi parcheggiava anche la P.), era stato invece dimostrato che la P., quando entrambi i posti sotto la tettoia erano occupati, parcheggiava la sua auto sullo spazio scoperto in maniera da impedire la manovra di uscita ai veicoli posti nello spazio coperto.
M.L.P. ha proposto ricorso articolato in tre motivi. B.P. resiste con controricorso.
Motivi della decisione
Il primo motivo di ricorso deduce violazione degli artt. 1170 e 1102 c.c. Si sostiene che non fosse stata raggiunta la prova del possesso esclusivo da parte della P. dei posti auto sotto la tettoia. Unico dato acquisito è il compossesso dell’area comune dove vengono parcheggiate le auto. L’errore della Corte di Venezia sarebbe consistito nell’aver ritenuto come lesione del possesso il parcheggio da parte della ricorrente in una zona di uso comune, non avendo rilievo che tale parcheggioconsista nel porre l’autovettura dietro quelle già sistemate sotto la tettoia.
Il secondo motivo censura ancora una violazione dell’art. 1102 c.c. Viene lamentato che non può sussistere turbativa del possesso ove un compossessore si limiti ad utilizzare la cosa comune per esercitare la propria facoltà di parcheggiare l’autovettura senza limitare il diritto altrui.
Il terzo motivo di ricorso allega l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione della sentenza d’appello sotto il profilo dell’elemento soggettivo della turbativa ex art. 1170 c.c. (cd. animus turbandi).
Il quarto motivo critica l’insufficienza e contraddittorietà della motivazione in relazione all’onere probatorio ex art. 2697 c.c., sempre con riguardo alla prova dell’elemento soggettivo dell’azione di mantuenzione.
I primi due motivi possono essere esaminati congiuntamente per la loro connessione e risultano infondati.
Va premesso che dalla sentenza impugnata risulta che B.P. avesse proposto un’azione di spoglio per la reintegra nel possesso dei due posti auto sotto la tettoia, laddove la Corte d’Appello di Venezia ha ravvisato una molestia possessoria nella circostanza che la P. parcheggiasse la sua autovettura in maniera da impedire l’entrata e l’uscita dai posti auto siti sotto la tettoiastessa. L’aver disposto la cessazione della turbativa anziché la reintegrazione nel possesso rientra nell’esercizio del potere di interpretazione della domanda spettante al giudice, senza aver con ciò, peraltro, mutato gli elementi obiettivi fissati dalla P., dato che la mera turbativa costituisce un “minus” rispetto allo spoglio e nella domanda di reintegrazione nel possesso è ricompresa o implicita quella di manutenzione dello stesso (cfr. Cass. 1111112011, n. 23718).
Nella giurisprudenza di questa Corte, si intende che la disposizione dell’art. 1102 comma 2, c.c., secondo la quale il partecipante alla comunione non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso, impedisce al compossessore, che abbia utilizzato la cosa comune oltre i limiti della propria quota, non solo l’usucapione ma anche la tutela possessoria del potere di fatto esercitato fino a quando questo non si riveli incompatibile con l’altrui possesso (Cass. 25/11/1995, n. 12231). Le concrete modalità di godimento della cosa comune, desumibili dall’art. 1102 c.c., assurgono, dunque, a possibile contenuto di una posizione possessoria tutelabile contro tutte le attività con le quali uno dei compossessori comproprietari unilateralmente introduca una modificazione che sopprimao turbi il compossesso degli altri (Cass. 2110711988, n. 4733). In tal senso, la Corte d’Appello di Venezia, con soluzione non oggetto di espressa censura in questa sede, ha inteso verificare la legittimità del fatto denunciato dalla P., nei limiti in cui ciò sia consentito nel giudizio possessorio, alla luce dell’art. 1102 c.c., e cioè non con riguardo al possesso esclusivo dell’area coperta dalla tettoia, ma con riferimento al compossesso dell’intero spazio comune antistante le proprietà esclusive.
Il parcheggio di autovetture su di un’area può, del resto, certamente costituire legittima manifestazione di un possesso a titolo di proprietà del suolo (Cass. 28/04/2004, n. 8137).
Ed allora, va ritenuto, sulla base di quanto accertato dalla Corte d’appello, che la P. avesse comunque provato quantomeno un compossesso dell’area di sosta comune, nonché una concreta modalità di godimento della stessa, peraltro non incompatibile col paritario possesso della P., consistente nel parcheggiare le proprie autovetture al di sotto della tettoia. Tale modalità di godimento della cosa comune è tutelabile contro le attività della P., compossessore comproprietaria, la quale, parcheggiando la propria autovettura in maniera da bloccare l’accesso o l’uscita dei veicoli dall’area coperta della tettoia, unilateralmenteturba il compossesso della P.. L’uso della cosa comune da parte di ciascun condomino è soggetto, ai sensi dell’art. 1102 c.c. (pur essendo, in sede di azione di spoglio o manutenzione, le relative ragioni petitorie invocabili soltanto ad colorandam possessionem); al duplice divieto di alterarne la destinazione e di impedire agli altri partecipanti di fare parimenti uso della cosa stessa secondo il loro diritto. Pertanto, deve considerarsi che la condotta del comproprietario, consistente nell’occupazione – mediante il parcheggio della propria autovettura – di una porzione del cortile comune in modo da impedire ad altro comproprietario di fare accesso o di uscire dalla rispettiva area di sosta, configura un abuso (ovvero, nella specie, una turbativa del possesso), poiché preclude agli altri comproprietari (e compossessori) di partecipare all’utilizzo dello spazio comune, ostacolandone il libero e pacifico godimento ed alterando l’equilibrio tra le concorrenti ed analoghe facoltà (cfr. Cass. 24/02/2004, n. 3640).
Sono altresì infondati il terzo ed il quarto motivo di ricorso, anch’essi da esaminare congiuntamente, in quanto entrambi inerenti alla sussistenza dell’elemento soggettivo della molestia possessoria.
Va premesso che la dedotta insussistenza dell’animus turbandi in capo alla P. è questione di cuinon vi è cenno nella sentenza impugnata, sicché la parte ricorrente, per escludere che la stessa venisse intesa come censura nuova, e perciò inammissibile, avrebbe dovuto allegare l’avvenuta deduzione di tale questione innanzi al giudice di merito, nonché indicare in quale specifico atto del giudizio precedente vi avesse fatto riferimento. L’accertamento della sussistenza dell’elemento soggettivo, ai fini della configurabilità della molestia possessoria, costituisce, del resto, un apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione logica e sufficiente. Va comunque detto che la Corte di Venezia ha accertato come la condotta molestatrice della P. fosse stata non isolata, né episodica, essendo durata circa un anno; e che la stessa Corte di merito ha anche escluso che esistesse un esplicito accordo tra le parti, nel senso che l’attuale ricorrente avrebbe lasciato le chiavi della sua auto all’interno della stessa o nel vano caldaia comune per consentirne lo spostamento, ove di ostacolo ai veicoli della P.. Ai fini della configurabilità della molestia possessoria, allora, basta la volontarietà del fatto che determina la diminuzione del godimento del bene da parte del possessore, nonché la consapevolezza che esso è oggettivamente idoneo a modificarne o limitarnel’esercizio, non occorrendo che sia dimostrato il perseguimento, da parte dell’agente, del fine specifico di molestare il soggetto passivo, né la consapevolezza dell’autore dell’aggressione di aver violato la norma posta a tutela del pieno e libero esercizio del possesso (cfr. Cass. 01/12/2000, n. 15381; e di recente Cass. 07/01/2016, n. 107).
Consegue il rigetto del ricorso.
Le spese del giudizio di cassazione vengono regolate secondo soccombenza e liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rimborsare alla controricorrenti le spese sostenute in questo giudizio, che liquida in complessivi € 2.200,00 , di cui € 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.
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